Dott.ssa Simona Imazio - Psicologa e psicoterapeuta a Torino


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Tesi di laurea

L’AMBIVALENZA DELLA SITUAZIONE TEST

Vissuti e significati di soggetti sottoposti al test di Rorschach

La letteratura sui test è ricca di dati che riguardano la fase di somministrazione, lo scoring, gli studi sulla validità e sull’attendibilità degli strumenti; non viene data attenzione, invece, alla percezione che i soggetti testati hanno della situazione di test.

Nonostante negli ultimi anni le ricerche che riguardano gli strumenti psicodiagnostici abbiano iniziato ad interessarsi agli aspetti soggettivi in quanto variabili che intervengono necessariamente nella situazione di test, in letteratura non esistono ancora studi sistematici che si rivolgono direttamente ai vissuti dei soggetti testati.

Il lavoro che viene qui presentato ha come scopo quello di indagare la situazione test dal punto di vista dei soggetti esaminati. L’intenzione è quella di comprendere, attraverso una ricerca di tipo esplorativo, la valenza personale, i vissuti e le aspettative di chi è stato sottoposto al test di Rorschach.

Nell’affrontare questa ricerca, dato il tema, e in coerenza con l’impostazione fenomenologico-costruttivista, ci siamo riferiti ai modelli usati nell’ambito della ricerca qualitativa secondo quanto esposto da Hudelson (1994) nel documento per la Divisione di Salute Mentale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

I soggetti scelti per la ricerca sono pazienti i cui disturbi rientrano nell’ampio campo delle psicosi.

Abbiamo scelto pazienti con questo tipo di patologie perché ci sembra che con essi possa essere più rischioso non tenere conto della percezione che hanno della situazione di test.

L’indagine è stata svolta su sette soggetti: cinque sono stati sottoposti al test di Rorschach durante il ricovero nel reparto di Diagnosi e Cura Psichiatrica diretto dal Professor Borgna presso l’ospedale di Novara, e due presso il Centro di Salute Mentale della stessa città.

Come strumento per la raccolta dei dati è stata utilizzata un’intervista semi-strutturata per la cui costruzione si è fatto riferimento alle indicazioni di Kvale (1996), e a quelle, per l’intervista ermeneutica, di Montesperelli (1998) che riprende alcune proposte di Lazarsfeld. Il criterio fondamentale che si è seguito nella costruzione dello strumento è stato quello di cercare di far sentire al soggetto che si è interessati a ciò che lui pensa e a ciò che lui ha provato nell’essere stato sottoposto al test.

Si sono individuati degli aspetti specifici della situazione test su cui focalizzare l’attenzione, i quali costituiscono le aree tematiche nelle quali sono suddivise le domande: atteggiamento del paziente verso il test, rapporto col testatore, vissuti verso i risultati del test, significato dell’esperienza vissuta.

Le domande sono a risposta aperta e l’ordine con cui sono state poste poteva variare da situazione a situazione.

Per interpretare le risposte date dai soggetti ci si è avvalsi delle tecniche dell’autocaratterizzazione, strumento d’indagine elaborato dalla psicologia costruttivista.

Si è proceduto prima verticalmente, prendendo in considerazione, cioè, le interviste persona per persona, poi trasversalmente, confrontando tra loro i significati emersi per ogni singolo paziente.

Come primo commento dei risultati sembra che i vissuti dei soggetti, verso l’esperienza di essere stati sottoposti al test, siano caratterizzati da una fondamentale ambivalenza: da una parte il test viene fatto con la speranza che aiuti a conoscersi meglio e che qualcuno prenda in considerazione la propria sofferenza, dall’altra questa speranza viene troncata soprattutto quando lo psicologo non usa il test per instaurare un dialogo.

Il test, infatti, secondo più di un soggetto della ricerca, non può esaurire la conoscenza di una persona, fondamentale a questo scopo è stato indicato il dialogo. Alcuni soggetti, poi, pensano che il test non aggiunga nulla di nuovo alla conoscenza che il proprio terapeuta ha di loro.

Il disagio nell’essere sottoposti al test aumenta quando a somministrarlo è una persona sconosciuta. Anche in questo caso la dimensione del dialogo sembra essere fondamentale: i motivi di maggior disagio, infatti, sono legati al fatto che col testatore sia negata la possibilità di un rapporto familiare. Se questi è una persona che non si conosce, o che è stata indicata dal proprio terapeuta con cui si ha un buon rapporto, allora sembra opportuno conoscersi un po’ prima di cominciare a fare il test, per evitare così che il rapporto sia troppo meccanico.

Tutti i soggetti sono convinti che dal test possano emergere importanti aspetti di loro stessi; quasi tutti, però sono preoccupati dell’esattezza dei risultati, ma soprattutto che possano emergere solo aspetti negativi e che il test rimandi un’immagine diversa da quella che essi credono di avere, e che quindi possano venir conosciuti diversamente da come essi si vivono. Qualora, però, venissero usati per instaurare un dialogo, i risultati saranno utili sia al terapeuta che a loro stessi per il cambiamento.

Il test può quindi costituirsi come un’occasione di incontro, quando, come messo in evidenza dalle persone intervistate, permette di essere liberi nel rispondere, di comunicare quelle cose che non si possono dire alle persone che fanno parte del proprio mondo quotidiano. Esso può essere una “terra di mezzo” dove si può instaurare un rapporto senza rischiare troppo di se stessi. Solo riconoscendo l’impossibilità di essere neutrali, il processo diagnostico può caratterizzarsi come una partecipazione attiva alla costruzione di significati.

Dott.ssa Simona Imazio – Psicologa
Via Casalis 31 – Torino




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